giovedì 20 ottobre 2011

Cenere (Marco Rinaldi) 2011

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Cenere... racconti partigiani in attesa di un aprile
 
Lo spettacolo di Rinaldi, Calcagno e Monforte debutta al Sipario Strappato di Arenzano. La Resistenza in Liguria tra dramma e allegria. Pubblichiamo un estratto dal libro omonimo

Cenere

All'interno di Cenere, Marco Rinaldi, narra con uno stile colloquiale, alcuni episodi meno conosciuti della resistenza. Tra momenti, a volte toccanti, a volte drammatici, altre volte conditi da allegria, la narrazione ci porta a rivivere le vicende con naturalezza, come se le ascoltassimo da un vecchio amico seduto con noi al tavolino di un bar.
Tre autori mutuati da diverse esperienze, per parlarci e raccontarci una storia di speranze, sogni, riscatto, amori. Amore per la libertà. Cenere è un viaggio nel mondo e nella vita della lotta partigiana in Liguria, il tutto affrontato senza moralismi né forzature, ma con empatia e condivisione. Il metodo affrontato dai tre autori è quello della narrazione teatrale, linguaggio che hanno perseguito componendo uno speciale ipertesto didascalico.
Marco Rinaldi è nato a Genova nel 1965. Da vent'anni fa il comico e fa parte del duo di cabaret Soggetti Smarriti. Ha partecipato a innumerevoli spettacoli e trasmissioni radiotelevisive. Il suo sogno attuale è quello di raccontare belle storie.
Lazzaro Calcagno è nato ad Arenzano nel 1962. È un attore, autore e regista teatrale di raro talento e ha avuto a che fare con i più grandi nomi del teatro italiano. I suoi testi e le sue regie, hanno ottenuto importanti riconoscimenti in tutta Italia. È direttore del teatro Il Sipario Strappato di Arenzano.
Matteo Monforte è nato a Genova nel 1976. Nella vita scrive per la televisione e il teatro. Collabora come autore con comici di Zelig e Colorado cafè. Ha pubblicato due romanzi: La Genova Male e Come siamo caduti in basso Oscar. 
Vorrei raccontare una storia.
Una storia, magari di quelle mai raccontate... di quelle che quando escono dalla bocca poi non sai più come riuscire a fermarle, una di quelle storie che le parole sono come un flusso e ti ci ritrovi avvolto come una spirale.
Una di quelle storie che non si sono mai sentite, che quando le racconti il pubblico va in delirio e poi ti acclama e ti aspetta all’uscita dei camerini per un autografo.
Una storia di questi tempi... in questi tempi dove non c’è più pazienza di ascoltarle.
Una di quelle storie che ti tengono incollato alla sedia e non sai più come uscire da quell’emozione che la parola trasmette.
Ecco, vorrei raccontarvi una storia così. E invece la storia che vi racconterò è una storia banale. Nient’altro che una storia normale che appartiene a molti di noi, ma che ti accorgi che se non la raccontassi si perderebbe per sempre… sarà perché in questi tempi arroganti si fa in fretta a dimenticare chi eravamo e chi siamo stati, anche se quello che eravamo e siamo stati è quello che siamo.
Questa storia ha un nome, il nome di un ragazzino.
Un ragazzino che si chiamava Renato Bisso.
E poi ha il nome di un prete, don Alfredo Cambiaso, parroco di Uscio.
È il 1945, verso fine aprile.
La 132° Wermacht di Sestri Levante decide di ritirarsi verso nord passando sulla Via del Sale. Ormai la disfatta è vicina. Genova è praticamente in mano ai partigiani e gli americani stanno arrivando, bisogna andare via e anche alla svelta.
Per poter raccogliere il maggior numero di truppe in ritirata i comandanti tedeschi decidono di passare da Recco e risalire la strada verso Uscio in modo da potersi accampare per breve tempo lungo i boschi di Tecosa. L’obiettivo è raggiungere il Po e poi andare a nord, sempre più a nord. A casa.
Ai 4000 soldati della Wermacht si uniscono 400 camicie nere, 1500 effettivi della Monterosa, 1000 del battaglione San Marco e reparti della kriegsmarine costiera, la marina militare tedesca.
Dovrebbero congiungersi anche i gruppi di artiglieria delle batterie di Uscio, però questo non avviene perché in paese entrano in azione la seconda brigata della divisione Matteotti e la brigata garibaldina Berto. I partigiani non permettono quindi il ricongiungimento degli artiglieri con la colonna in fuga.
La ritirata non avviene come i tedeschi hanno previsto, l’azione è bloccata, i partigiani sono dappertutto lì intorno. La situazione è in una fase di stallo e questo spaventa molto i crucchi, infatti decidono che bisogna mandare qualcuno in avanscoperta per capire come sono le strade, se si può passare di qua o se è meglio di là, e mandano gli uomini della Kriegsmarine.
I marinai tedeschi obbediscono, ma da perfetti lupi di mare, sui monti di Uscio, non fanno nemmeno in tempo a mettere il naso fuori che vengono subito intercettati e ridotti alla resa dai partigiani.
Roba da matti. Sei circondato in mezzo ai monti, intorno ci sono solo boschi e tu, in avanscoperta, mandi i marinai? Che cosa ti aspettavi?
Il nervosismo serpeggia, combattere un nemico invisibile ti fa saltare i nervi.
Piccoli gruppi di tedeschi e di fascisti tentano di sfuggire all’accerchiamento. Vengono catturati in gran numero. Arrivano anche i primi americani. Bisogna che ‘sti tedeschi si arrendano! E così iniziano le trattative.
Ci vuole un negoziatore. Un negoziatore neutrale, uno al di sopra delle parti e ai partigiani viene un’idea.
Come in una scena manzoniana, in piena notte, piombano nella canonica e chiedono al parroco di Uscio se se la sente di prendersi una briga non da poco: detto in poche parole, deve andare dai tedeschi e intimare la resa.
Il parroco è Alfredo Cambiaso, ed è un prete con la P maiuscola, oltre che un uomo con gli attributi. Armato di una buona dose di coraggio, alle 6 del mattino del 24 aprile, si presenta in località Cabona dal comando tedesco per trasmettere l’invito alla resa.
La giornata è meravigliosa, il sole è già spuntato dal monte di Portofino e il cielo è terso, azzurro e non c’è una nuvola in cielo.
Tutto sembra voler contribuire al successo della trattativa, infatti la risposta del tenente della polizia tedesca è:
«No! Nein! Nicht! Non se ne parla nemmeno!» e la accompagna con la promessa, nel caso di attacco da parte dei partigiani, di rifarsi sulla popolazione di Uscio e don Alfredo sa bene che queste cose, i tedeschi, sanno farle proprio bene!
Bel personaggio ‘sto tenente. Fa pure lo sbruffone con la sua rivoltella Luger P08 a portata di mano.
Insomma, non se ne fa nulla.
La prima pietra però è stata posata. È un inizio. Passano tre giorni fra continui abboccamenti, contatti e piccoli passi avanti. Il parroco è attivissimo, i partigiani sono tutt’intorno e i tedeschi vogliono raggiungere il Po, ma in quel versante, verso nord, i partigiani controllano tutte le strade.
Bisognerebbe dare un’accelerata anche perché Genova è ormai liberata. I tedeschi hanno già firmato la resa due giorni prima e gli americani sono arrivati l’indomani con le loro jeep, le sigarette e le musiche di Glenn Miller.
La situazione cambia improvvisamente all’alba del 27, quando gli americani, appena giunti a Gattorna, il paese dirimpetto ad Uscio, decidono di entrare in azione.
Dotati del solito pragmatismo stile USA e del solito loro modo di intendere la diplomazia, comunicano che è necessario evacuare Uscio perché alle 10 in punto bombarderanno.
Bombarderanno!
La sottile arte della negoziazione americana…                                                                           


 (da genova.mentelocale.it)

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